Francesco Piazza Scrittore

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IL SOGGIORNO DI GARIBALDI A SALEMI

Con sobrietà, Cavour diceva che Garibaldi era un selvaggio primitivo che disonorava l’Italia e la causa della libertà. Ma un personaggio del genere gli serviva (e, in effetti, se ne servì) per alcune sue caratteristiche: apparteneva alla massoneria, aveva la fama di eroe, era un capo carismatico, era distratto (non si accorse mai che molti suoi ufficiali come Medici, La Masa, Cosenz, ecc. erano fedeli a Vittorio Emanuele II e non a lui; che il suo amico ammiraglio Persano lo spiava per conto di Cavour). Aveva, il Nizzardo, anche altre caratteristiche, come quella di essere superficiale nella scelta dei collaboratori (a Palermo ebbe per qualche tempo al suo fianco tre noti mafiosi: Giuseppe Scordato, Turi Miceli e Luigi La Porta, nominato addirittura Ministro della polizia); era anche tanto ingenuo da non capire che al momento opportuno sarebbe stato buttato via come una scarpa vecchia.

Le idee politiche di Garibaldi erano poche…ma confuse: socialista, mazziniano, monarchico/savoiardo? I soli punti fermi della sua ideologia furono per tutta la vita la fedeltà alla massoneria e un anticlericalismo viscerale.

Il 1860 era iniziato per Garibaldi con una disavventura matrimoniale. Il 24 gennaio aveva sposato la ventenne aristocratica comasca Giuseppina Raimondi: vergine da iniziare alle gioie del sesso, pensava il 53enne generale. Invece, proprio lo stesso giorno delle nozze la lettera anonima di “un amico” lo avvertiva che la giovane era incinta di un altro uomo. Garibaldi cacciò immediatamente Giuseppina e iniziò una lunga battaglia per ottenere l’annullamento del matrimonio; ciò che ottenne di sicuro fu che la storiografia ufficiale tacque immediatamente su questa sua imbarazzante vicenda privata. Si ritirò a Caprera, per sanare il ferito suo orgoglio di tomber de femmes.

Dopo i plebisciti del marzo1860, il 2 aprile 1860 si era adunata a Torino nell’aula di palazzo Carignano la nuova Camera dei deputati per inaugurare la settima legislatura (i deputati erano passati da 204 a 387); si erano uditi gli accenti più vari e numerosi di un tempo, giacché erano presenti i nuovi parlamentari eletti in Lombardia, Toscana, Emilia e Romagna. Era, insomma, nato un mezzo regno d’Italia.

Prima di partire per la Sicilia, Garibaldi aveva a lungo tergiversato, perché era un uomo prudente e non voleva correre i rischi mortali di quegli idealisti temerari ch’era stati i fratelli Bandiera e Pisacane. Avendo avuto le necessarie assicurazioni e l’informazione che la Sicilia ribolliva (cosa che non rispondeva al vero), decise di partire.

Cavour, fratello della loggia piemontese Ausonia, si era efficacemente adoperato per unificare tutte le logge italiane, da Torino a Palermo, e creare il Grande Oriente d’Italia da porre al servizio delle sue trame politiche. Fu appunto la massoneria a raccogliere in Europa e in Nord America tre milioni di franchi (circa 15 milioni di euro), convertiti in un milione di piastre turche, che furono messe a disposizione di Garibaldi.

Il 13 aprile 1860, la massoneria rilasciò a Francesco Crispi un documento col quale si certificava la sua appartenenza alla Loggia “I Rigeneratori” di Palermo, al fine di facilitargli il lavoro per la messa a punto dei preparativi (rete di collegamenti, appoggi logistici, denaro, ecc.) per lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Nel documento c’era scritto che Francesco Crispi, di 41 anni, legale di professione, terzo Gran Maestro, doveva da tutti i massoni ai quali si fosse presentato essere aiutato a soddisfare qualsiasi suo bisogno.

Francesco Crispi

Nel centenario della spedizione dei Mille, i massoni di Palermo ricordarono in un manifesto l’evento e i fratelli massoni che vi avevano svolto un ruolo importante: Garibaldi, Crispi, Bixio, Corrao, La Masa, Pilo, Carini, fra’ Pantaleo, Abele Damiani, La Farina, Filippo Cordova, Abba, ecc.. Comunque, massoni erano anche Vittorio Emanuele II, Cavour, Bettino Ricasoli, il gen. Medici, Bertani, Settembrini, Depretis, Saffi, De Sanctis, ecc.

Perché fu scelta la città di Salemi, come base logistica e di partenza della campagna di Sicilia? Non solamente perché era sulla strada per Palermo, ma anche, e soprattutto, perché sede di un’importante loggia massonica, alla quale aderiva gran parte della classe dirigente locale. La Masa fu subito inviato in esplorazione a Salemi dove i massoni locali, preventivamente informati, lo aspettavano a braccia aperte e gli riservarono una calorosa accoglienza, confermando la loro piena disponibilità a ricevere la colonna dei Mille. Nell’antico centro agricolo operava attivamente una Loggia massonica (in contatto da tempo con Crispi e con le logge del Nord) composta da ben 75 “fratelli”; un numero esorbitante rispetto alle poche migliaia (12 mila) di cittadini residenti. I pochi tra essa che non vi aderivano, come il sindaco Tommaso Terranova o il marchese di Torralta, potevano essere – come di fatto furono – condizionati a darsi da fare in favore di Garibaldi e dei suoi uomini. L’adrenalina dei massoni salemitani era al massimo nell’attesa dell’imminente arrivo di Garibaldi. Ottenuto il “lasciapassare”, La Masa riferì a Garibaldi.

Lo sbarco a Marsala di Garibaldi e dei suoi uomini avvenne l’11 maggio. Fu solamente durante il trasferimento da Marsala a Salemi che si presentarono i primi volontari. Giacché avevano la papalina in testa, schioppi attraverso alla sella e facce abbronzatissime e piuttosto strane, i garibaldini si convinsero che, come si vociferava tra i soliti bene informati, la Sicilia fosse abitata da popolazione simile a quella africana.

Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi, il 13 maggio, fece il suo ingresso trionfale nell’antica Alicia in groppa alla sua giumenta accolto dal suono della banda cittadina. Quasi tutti i garibaldini avevano preceduto il loro duce a Salemi, dopo aver pernottato nella masseria di Rampingallo, un vecchio edificio che dominava dei campi coltivati a fave. A salutare il generale non c’ erano solo i massoni e qualche nobile, ma anche una folla entusiasta che reclamava libertà, meno tasse e una vita migliore per tutti. Ebbe il Nizzardo anche gli omaggi dell’arciprete di Salemi, il liberale Francesco Paolo Tibaudo: Garibaldi gli donò una coccarda tricolore; Tibaudo regalò al generale una colubrina che, dopo i fatti del 1848, aveva seppellito in giardino.

L’impatto con la popolazione salemitana, che pure si dimostrava affabile con i nuovi arrivati, lasciò perplessi i garibaldini. Il ligure Giuseppe Cesare Abba, ad esempio, annotò infastidito, oltre alla sporcizia della città, che i salemitani si esprimevano a cenni, a smorfie e che quindi lui non capiva cosa volessero significare: <<Vasta, popolosa, sudicia, le sue vie somigliano a colatoi. Si pena a tenersi ritti, si cerca un’osteria e si trova una tana…Gli abitanti, non scortesi, sembrano impacciati se facciamo loro qualche domanda. Non sanno nulla, si stringono nelle spalle, o rispondono a cenni, a smorfie, chi capisce è bravo>>. Subito dopo descrive il suo pranzo in una taverna, che non poteva che essere quella di Pascilucane, la sola esistente in paese: <<V’era una brigata di amici, che mangiavano allegramente i maccheroni in certe ciotole di legno che…Eppure ne mangiai anch’io>> (Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille)-

La truppa fu alloggiata nei conventi rimasti vuoti perché abbandonati dai frati. Garibaldi alloggiò nel bel palazzo del marchese Gaetano Emanuele di Torralta, un aristocratico alieno dalle rivoluzioni, che si piegò a ciò per le pressioni ricevute dal sindaco Tommaso Terranova. Crispi, Bixio e Sirtori dormirono nella casa di Alberto Mistretta, proprietario della masseria di Rampingallo e già rivoluzionario nel 1848, che assunse in questa fase iniziale della spedizione garibaldina un ruolo importante: preparò con La Masa l’arrivo dei garibaldini, collaborò alla redazione del decreto col quale Garibaldi assunse la Dittatura, convinse il sindaco a donare al Nizzardo gli 880 ducati giacenti nella tesoreria comunale, ottenendo da Garibaldi la carica di Governatore del Vallo di Mazara (17 maggio – 4 ottobre). Successivamente, Mistretta fu sindaco di Salemi (1873-1876) e insignito delle commende dei SS. Maurizio e Lazzaro della Corona d’Italia. Gli altri salemitani che si distinsero nel dare accoglienza agli ufficiali garibaldini furono il barone Domenico Villaragut, il prete Francesco Saverio Baviera, il chirurgo Giuseppe Cortese (Garibaldi lo nominò titolare della cattedra di Chirurgia all’università di Palermo).

Nella nottata del 13 maggio si riunì la locale loggia massonica, con la partecipazione di Francesco Crispi e del sindaco Terranova. Questi, di tendenze vagamente liberali e non massone, era una figura storica di Salemi, essendo stato sindaco in due periodi: dal 1838 al 1848 e dal 1858 al 1860. Terranova visse il dramma di chi aveva giurato fedeltà al re borbonico e ne rappresentava il potere, ma, soggetto alle forti pressioni di Mistretta ed altri, infine aderì all’iniziativa garibaldina. Fu immediatamente messo da parte, allorché l’impresa di Garibaldi ebbe successo. Tra i tanti che si adoperarono per i garibaldini, fu il massone fra’ Giovanni Pantaleo, che divenne cappellano dei garibaldini.— Nel corso della riunione massonica fu deciso di proporre l’indomani al Decurionato di votare un’apposita delibera che investisse Garibaldi della Dittatura dell’Isola. Il Decurionato, il 14 mattina, approvò ed auspicò che la Sicilia facesse parte di uno Stato unitario italiano sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II. Subito dopo il Nizzardo emanò il seguente decreto: “Italia e Vittorio Emanuele – Giuseppe Garibaldi, Comandante in capo le forze nazionali in Sicilia. Sull’invito di notabili cittadini e sulle deliberazioni prese dai comuni liberi dell’isola- Considerando che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari siano concentrati in un solo uomo – Decreta di assumere nel nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia la dittatura di Sicilia – Salemi 14 maggio 1860. Giuseppe Garibaldi”.

Il giornalista dell’Europeo Tommaso Besozzi, inviato a Castelvetrano per indagare sulla morte di Salvatore Giuliano, firmò, nel 1950, un’inchiesta dal titolo : “Di sicuro c’è solo che è morto ”, nella quale smentì la versione ufficiale della vicenda. Non diversamente, sulla battaglia del 15 maggio 1860, svoltasi in località Pianto Romano nel territorio di Calatafimi, c’è un solo dato certo: i 3 mila soldati regi del generale Francesco Landi furono sconfitti dai circa 1200 garibaldini, costituiti dai poco più di 900 sbarcati a Marsala (più di 100 camice rosse erano scese a Talamone al seguito di Zambianchi, per tentare una sortita nello Stato pontificio), rafforzati da circa due-trecento volontari aggiuntisi a Salemi. Nella battaglia vi furono alcune decine di morti, 16 dei quali garibaldini. Altri morirono successivamente all’ospedale da campo di Vita per tetano (che era causato dalla cervellotica abitudine dei combattenti di applicare una moneta d’argento sulla ferita) e cancrena.

La vicenda della battaglia di Pianto Romano appare come una tipica situazione pirandelliana, con tante verità tra le quali ognuno può trascegliere quella a cui legittimamente pensa di poter credere. C’è chi vede il genio tattico di un Garibaldi sicuro più che mai del fatto suo. Si spiegherebbe in tal modo il buonumore, quel 15 maggio, del Nizzardo, che, dopo aver dormito saporitamente, si mise la mattina ad intonare un’aria di Donizetti e non si arrabbiò nemmeno quando la sua ordinanza Frosciatti, avendo rovesciato la macchinetta, dovette rifare il caffè. C’è, invece, chi dà del buonumore del generale un’altra spiegazione e, quindi, vi vede un’altra verità: Garibaldi aveva avuto conferma dal palermitano Nino Fuxia e dal trapanese Salvatore Calvino, da lui inviati nottetempo nel campo borbonico, che Francesco Landi avrebbe fatto finta d’ingaggiare battaglia e poi avrebbe fatto ritirare i suoi soldati in direzione di Palermo, come in effetti fece. Insomma, il generale borbonico avrebbe tradito il giuramento di fedeltà e si sarebbe venduto a Garibaldi.

Il garibaldino Ippolito Nievo (lettere alla madre e alla cugina Bice) parla, a proposito della prima parte della spedizione. di cosa inspiegabile, di “miracolo” perché tutto s’era svolto con facilità, troppa facilità: sbarco di Marsala, battaglia di Pianto Romano, ingresso a Palermo.

Dopo la battaglia di Milazzo e lo sbarco dei garibaldini in Calabria, vi fu la rapida corsa verso Napoli e, infine, la consegna da parte di Garibaldi dell’ex regno borbonico nelle mani di Vittorio Emanuele II. Ma questa è un’altra storia.