Francesco Piazza Scrittore

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Era di maggio (e gli intellettuali brindarono)

Molo Audace, Trieste (Foto albertopezzella.it)

Era di maggio. L’anno era il 1915.

Da alcuni mesi era in corso una guerra europea (successivamente sarebbe diventata mondiale) che vedeva contrapposte due alleanze politico-militari: da una parte l’Intesa (Russia, Francia e Inghilterra), dall’altra l’Austria e la Germania. L’Italia, che pure aveva rinnovato la Triplice, non aveva seguito nel conflitto i due imperi centrali e aveva, invece, proclamato la propria neutralità. Decisione ineccepibile, quella del governo Salandra, perché l’alleanza (la Triplice) cui l’Italia aderiva aveva carattere difensivo e prescriveva l’intervento italiano a fianco delle alleate solamente nel caso di aggressione ai loro danni, mentre nella circostanza ad aggredire era stata l’Austria, che aveva dichiarato guerra alla Serbia (28 luglio 1914), perché giudicata responsabile dell’assassinio a Serajevo (28 giugno 1914) dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico.

Ma quella dell’Italia – la neutralità, per l’appunto – non fu una scelta definitiva, giacché prese segretamente a trattare sia con la Triplice sia con l’Intesa un suo ingresso nel conflitto in cambio di vantaggi territoriali, mentre le voci favorevoli ad un intervento italiano in guerra divennero sempre più numerose e forti. Incominciarono a spingere per la guerra oltre ai nazionalisti, anche Bissolati, Mussolini, i repubblicani mazziniani, gli irredentisti (come il socialista trentino Cesare Battisti). Per tutto il 1914, gli industriali si divisero tra interventisti e neutralisti; con l’anno nuovo, però, quasi tutti si adoperarono per convincere il Governo ad entrare in campo a fianco dell’Intesa.

Un caso a parte fu quello rappresentato da numerosi intellettuali, decisamente e rumorosamente schierati a favore della guerra, illusi di trovare  nell’intervento il palcoscenico acconcio sul quale rappresentare,  ciascuno a suo modo, il mondo ideale presente nella loro mente e trovare la soluzione ai diversi problemi, quasi riassunti dal cesenate Renato Serra nell’Esame di coscienza di un letterato quando scrisse che la guerra gli aveva consentito di ritrovare il contatto con altri numerosi uomini, di mettersi finalmente in marcia con essi; tutti insieme, con le loro esigenze e bisogni da soddisfare. Morì nelle trincee di Podgora il 20 luglio 1915. 

Personalità diverse, quelle degli intellettuali, e modi diversi di narrare il conflitto che guardavano con crescente soddisfazione ai passi che stavano compiendo tre uomini decisi a precipitare l’Italia in guerra (il re, il capo del governo Salandra e il ministro degli esteri Sonnino) e che si stavano imponendo su un Parlamento, in larga parte neutralista, ma incerto, balbettante e che, infine, si piegò, nelle giornate decisive di maggio, ad accettare l’ingresso dell’Italia in guerra. Senato e Camera accettarono, muti, la denuncia della Triplice da parte di Salandra (4 maggio) e la concessione di poteri straordinari al Governo in caso di guerra (20  e 21 maggio). Dopo qualche giorno (24 maggio), le truppe italiane oltrepassarono il confine orientale e si diressero verso l’Isonzo. Tutti gli interventisti gioirono; gli intellettuali, si può dire, addirittura brindarono all’imminente massacro che la guerra generosamente prometteva di concedere.

Palazzi, Trieste (Foto albertopezzella.it)

Sopra la righe e di pessimo gusto fu l’esaltazione che della guerra fece Papini, la cui penna scrisse di “bella innaffiatura di sangue per l’arsura di agosto”, “rossa svinatura per le vendemmie di settembre”, madri che dovevano giustamente piangere la morte dei figli per pagare il piacere che provarono quando furono ingravidate. 

D’Annunzio la cantò da esteta. La guerra diveniva la grande occasione per il “bel gesto”, come furono i suoi voli su Vienna, la beffa di Buccari, il continuo rischio eroico della vita. L’economista Pareto giudicò la guerra atta a sconfiggere il socialismo e a salvare la borghesia per almeno un cinquantennio.

Il triestino Scipio Slataper l’esaltò come il campo ideale per l’azione dei patrioti animati da alto senso morale; fu volontario nei granatieri. Ferito a Monfalcone, appena guarito ritornò al fronte e trovò la morte il 3 dicembre sul Podgora. Pietro Jahier vide nella guerra l’occasione storica e il mezzo per rendere protagoniste le masse contadine.

Ungaretti (partecipò alla campagna interventista e tra il 1915 e il 1918 combatté sul Carso  e sull’Isonzo) vi trovò l’occasione, non importa se illusoria, perché gli uomini  prendessero coscienza del sentimento di fraternità (“fratelli/…involontaria rivolta/dell’uomo presente alla sua/fragilità“) e di eternità (“Chiuso fra cose mortali…/perché bramo Dio?”; “Ti basta un’illusione/per farti coraggio”) e dimostrazione, non importa se irrazionale, dell’attaccamento dell’uomo alla vita (“La morte/si sconta/vivendo“).

Molo Audace, Trieste (Foto albertopezzella.it)

Marinetti esaltò, contro la borghesia pacifista (e per questo giudicata pavida) la guerra come “igiene del mondo“. Vi partecipò e rimase ferito nel 1917 a Zagora. Interventisti furono Giuseppe Prezzolini e Ardengo Soffici, che, coerentemente, parteciparono come ufficiali al conflitto. Pirandello accettò la guerra (mandò a combattere i suoi figli Stefano e Fausto), anche se fu convinto che si trattasse di un qualcosa di effimero, come tutti i fatti, e che la vita degli uomini sarebbe rimasta, nel dopoguerra, esattamente come prima, coi suoi bisogni, con le sue passioni e i suoi istinti.

Il triestino Carlo Stuparich, irredentista, passò, nel giro di un anno, dall’entusiasmo iniziale (si arruolò volontario) alla disillusione, che lo condusse a sperare di morire, non sentendosi capace di una vita piena. Negli anni immediatamente successivi alla guerra i disillusi furono numerosissimi, di fronte allo spettacolo di un mondo che si chiudeva viepiù negli spazi ristretti del nazionalismo e che sostituiva alla ragione il mito (di Roma, della giovinezza, del superuomo, della razza); e non rimase ad essi che il rimpianto e la nostalgia per un’epoca, la Belle époque, che la guerra aveva spazzato via.